Racconto XX (Il maiale e l’astronave)

550_First_Soviet_Pig_in_Space_16Il ventesimo racconto torna al mondo conosciuto delle partitelle e del dolce far niente. Amici che erano e sono; che non si sentono osservati, anche se, forse, qualcuno c’è che gli sta a guardare. Un ricordo distorto che serve a raccontare niente e tutto. Un omaggio a chi mi segue e a chi voglio bene, un calcio di rigore meritato che abbraccia i maiali, il rock e l’amicizia.

Siamo quelli che non resteranno nei buoni ricordi.

Era fine agosto e sulla spiaggia si respirava un’afa terribile ma del sole non ce n’era traccia. Eravamo in pochi al mare, l’immagine era quella di fine novembre ma ancora l’estate doveva finire.
La chitarra di Mimì suonava forte e lui a torso nudo cantava urlando come quelli della Centrale Elettrica. Sulla mia pelle c’era scritto: Niente di Niente.
Enea aveva la palla tra i piedi e con un numero dei suoi elevò la sfera di plastica e con un violento calcio indirizzò il pallone tra di noi, a modo di cross.
Nella bolgia l’acqua era ferma, tranquilla e ci accarezzava le caviglie. L’acqua era caldissima.
Fog saltò in avanti a colpire di testa. Goal.
La Rocca pur lanciandosi in un disperato tentativo di miracolo in forma di parata non riuscì alla presa. Goal.
L’immagine si congelò. Gocce, cielo grigio, sabbia grigia, tre ragazzi che corrono a bocca spalancata e un orizzonte azzurrino che ci urlava: dietro alle stelle di plastica c’è un soffitto vero!

Siamo quelli che non resteranno nei grandi discorsi.

Era fine novembre e l’aria gelida ci tagliava il viso. Sciarpe, guanti, scaldamuscoli, felpe, magliette di lana e calzettoni.
Il campo da calcio era marrone. La terra e il fango si mischiavano con la nebbia ed era tutto un miscuglio di colori spenti e tristi. Ferro aveva le mani sporche di fango e la felpa bianca era metà marrone e lì, all’altezza del calcio di rigore mi guardava e rideva. La slow motion ora si fa vivissima.
Il pallone lo colpì al volto sorridente. L’impatto lento alla moviola ci fece vedere la bocca cominciare a contorcersi insieme alle guancie e i capelli.
Giocavamo come undicenni tra la nebbia che lentamente si convertiva in neve, le zanzare almeno non ci sono più. Fango sul fango sul sudore cristallizzato sul vaporoso calore che esce dai capelli. E così via.

Siamo quelli che non appariranno nei bei film.

Era fine maggio e il vento era quasi gradevole, le margherite erano sottili cheerleader che applaudivano mentre vivevano per risolvere il vortice enigmatico del m’ama non m’ama. Indossava guanti da portiere e volava come in un cartone giapponese. Da palo a palo, non passava neanche una palla.
Viaggiava come il vento diretta al sette, uno Sputnik senza freni e senza scrupoli; le nuvole gonfie e bianche guardavano strabiliate il pallone in ascesa continua. Gli estintori non avevano niente da fare e sussurravano tra di loro come netturbini alla pausa pranzo. La scritta dello SMA ci offriva il verde e l’arancione e le macchine avevano le porte aperte e le bottiglie d’acqua belle calde.
Correvano come faine nel bosco, saltellando tra i buchi del campo; il pettirosso iniziò a cantare.

Il maiale rosa alla guida dell’astronave indossava un elmetto stellare e la faccia era in perenne rictus annoiato. Nessuna foto in cui sorrideva. Il maiale rosa era bello grosso, un soldato come si deve. Serio, affidabile e impassibile. Girava intorno a degli strani giovani che periodicamente correvano in un campo brutto tra le fabbriche o in spiagge deturpate. “Cazzo avranno da ridere?” ripeteva tra se e se il maialone rosa.
La missione era semplice ma erano mesi che il maiale non si decideva ad attaccare; non trovava il momento giusto o forse non voleva trovarlo. Fatto sta che pur essendo consapevoli di non restare nei ricordi buoni quei 5 o 6 esseri emanavano un piacevole odore a rivoluzione. Un gradevole profumo a libertà che arrivava dritto alle narici del suino stellare.
La brigata era partita da mesi. Era tornata a casa con la missione compiuta. Il maiale rosa, con il broncio in viso, continuava a girare ipnotizzato da quelli che non resteranno nei grandi discorsi. Non aveva fame, non aveva sonno, non prendeva un soldo ed era continuamente incazzato ma paradossalmente entusiasta.

Siamo quelli che.

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