La Grande Bellezza. Quanto sei bella Roma quand’è sera.

Toni_Servillo_foto_Gianni_FioritoMa a questo punto cosa posso dire di nuovo su Paolo Sorrentino? Posso reiterare che sia un genio? Un maestro? Un formidabile scrittore? Un uomo dalla meravigliosa immaginazione? Un analista senza pietà? Un poeta dell’immagine? Cosa posso dire? Sicuramente posso ribadire questi concetti, fare immersione nel mondo Sorrentino per rivivere tutto questo piacere; non riesco a scrivere molte più cose su di lui ma una cosa è sicura: che piacere parlarne ancora. E ancora. E ancora.

L’intera carriera del regista napoletano è quasi tutta da incorniciare, venerare e rivedere periodicamente (forse l’avventura americana di “This must be the place” è il film più debole). Dal primo e stupendo “L’uomo in più” passando dal premiato e splendido “Le conseguenze dell’amore” per andare a finire verso due film come “L’amico di famiglia” e “Il Divo” che hanno poco in comune in superficie ma sono strettamente legati in profondità, quasi a formare un dittico sull’usura e l’ambizione.

Con “La Grande Bellezza” Sorrentino torna sempre al suo mondo quasi impossibile, irreale, esagerato e metafisico. Dove la realtà, la carne e la materia sono semplici strumenti musicali e dove le note che suonano a tutto volume sono gli umili messaggi di un film dall’infinita bellezza che viaggia attraverso temi come la solitudine, il senso della vita e gli inganni alla propria persona.
Con un cast eccezionale capitanato dal monumentale Toni Servillo e dove possiamo vedere un sorprendente Carlo Verdone o una bravissima Sabrina Ferilli, il film usa Roma (bellissima come in pochi altri film) da sottofondo, da scenario a questo teatro dell’assurdo che ci presenta il regista. La capitale italiana irreale, senza traffico, senza gente, che lascia esterrefatti chi la guarda; una strega silenziosa, una madre distante, la città eterna dove, ancora una volta, tutto è possibile.

Servillo è Jep Gambardella che, come lui stesso racconta,  quando arrivò a Roma entrò velocemente nel vortice della mondanità, diventandone il Re, l’unico capace di fare fallire le feste.
Una leggenda della notte romana, l’intellettuale doc che conosce tutti o quasi tutti e che va a dormire quando il resto della città si sveglia.
Così tra feste pacchiane, canzoni grottesche e balli quasi ridicoli la decadenza prende forma, non tanto una decadenza schifosa quanto una affettuosa. Non esiste l’animo di critica da parte del regista, è un semplice affresco squallido che invita a guardare e sorridere. Così, tra tanti personaggi vuoti e senza senso (a quali non interessa trovarsi) spuntano fuori due personaggi innocenti e melanconici come il Romano di Carlo Verdone e la Ramona di Sabrina Ferilli. Due anime pure che, pur giocando da titolari nella partita della mondanità, sempre provano ad andare oltre. Incontriamo un vescovo che parla di ricette anziché di spiritualità, un poeta muto, un fabbricante di giocattoli che non crede nell’innocenza e la soubrette dei tempi passati che decrepita va di festa in festa.
Con qualche piccolo omaggio alla Dolce Vita di Fellini il film ci spiega tutto e niente e ci lascia stupefatti come al giapponese che, all’inizio del film, vede Roma dall’alto dei colli e, appena prima di scattare la foto, cade a terra colpito da tale bellezza.
La grande bellezza.

Sorrentino continua a volare alto e dobbiamo ritenerci fortunati per essere testimoni diretti della sua fantastica cinematografia. Non perdetevi, per niente al mondo, il film italiano dell’anno.

Voto Churitza: 9/10

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2 risposte a La Grande Bellezza. Quanto sei bella Roma quand’è sera.

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