Racconto XIX (Penso che un sogno così non ritorni mai più)

Domenico-Modugno

Ok, qui si va piano, è vero, ma speriamo anche di andare lontano. Alle prese con il progetto più grande made in LdlB, lo spettacolare fanzine ispirato ai racconti di “Momentos de Taberna” del nostro Massimo, abbiamo poco tempo e molto lavoro.
Ma eccomi qui, con l’ultimo racconto che centra ben poco con il caro Domenico, ma che vi farà volare nel cielo infinito. Statene certi.
Dipingetevi le mani di blu (solo se volete) e iniziate a leggere; sarete presto, molto presto, in paradiso.

Penso che un sogno cosí non ritorni mai piú,

Amava il suo studio, si vantava del suo studio. Nuovo di zecca, al 24º piano, con viste sulla cittá che in un certo modo, possedeva. A 56 anni aveva tutto, ma, al di sopra di ogni cosa, il suo studio.
300 m2 di superficie, un ufficio enorme con scrivania in legno di noce e la sua poltrona confortevole e lussuosa. Ogni mattina quando si alzava per andare a lavorare non vedeva l’ora di salire su quell’ascensore dai riflessi dorati per arrivare nel suo paradiso personale. Il suo studio era l’unica cosa al mondo che gli importava.

Mi dipingevo le mani e la faccia di blu,

Era metà ottobre, il tempo aveva già iniziato il suo viaggio verso l’autunno più profondo quando la maggior parte dei giorni si vestono di grigio e le nuvole minacciose sono dei bulli che ti guardano male dall’alto dei suoi corpi gonfi. Stranamente quella mattina il cielo era aperto come il libro la notte prima degli esami e un sole giallo e caldo splendeva sorridente tranquillizzando l’intera città.
Salì sulla sua auto fischiettando, un altro bellissimo giorno per andare a lavorare in paradiso.

Poi d’improvviso venivo dal vento rapito,

I giapponesi, si sa, sono de grandi lavoratori, degli affidabili professionisti che non puoi lasciarti scappare. Hanno soldi e invertono solo dove vedono un futuro promettente, vanno sul sicuro e questa mattina la riunione aveva un sapore di vittoria già prima di cominciare. Come quando sai che non puoi fare altro che vincere.
Inchini e saluti, sorrisi e ancora inchini, un piacere immenso, un orgoglio come pochi. Il suo studio, al 24° piano, il suo paradiso, non falliva mai. Innamorati i giapponesi, l’accordo era chiuso, la vita è meravigliosa e in quel magnifico studio, dove oggi splendeva un sole impossibile, tutto era ancor più spettacolare.
Non camminava ormai per il suo ufficio facendo fare un piccolo tour ai colleghi nipponici, praticamente levitava. Una gioia singolare, perfetta.
Mostrava la moquette e il parquet, l’illuminazione naturale e quella artificiale per coccolare la vista; faceva vedere orgoglioso l’imbiancatura delle pareti e i computer sulle scrivanie, l’angolo caffè e le poltrone ergonomiche. Inchini e sorrisi per l’estasi collettivo; il fermacarte in oro, i biglietti da visita immacolati, il silenzio qui e la musica soffice di là; quel paradiso era suo e di tutti.

E incominciavo a volare nel cielo infinito.

Il tour stava finendo, mancava mostrare le toilette profumate con gli asciugamani stirati, il sistema antincendio di ultima generazione e i vetri a prova di proiettili che mostravano, in tutta la sua bellezza, l’intera città ai suoi piedi. I vetri non erano tanto per i proiettili quanto per qualche disorientato volatile che ogni tanto si era scontrato contro quel bellissimo edificio provocando crepe e qualche intollerabile macchia organica. Ora i poveri sfortunati alati si scontravano senza altre conseguenze che un doloroso mal di testa e delle difficoltà per riprendere il volo.
Il braccio si aprì teatralmente con la mano aperta ad indicare la finestra dietro di lui.
In paradiso non ci sono tante infrastrutture, l’ufficio si merita non solo di essere considerato un eden personale ma anche il diventarlo.
I giapponesi estasiati da tanto gaudio architettonico e funzionale fremevano dall’emozione, volevano vedere anche il luccichio del sole su quei vetri così potenti, volevano vedere un uccello sbatterci e farsi un bernoccolo, si viveva nel mezzo di un estasi collettivo, un’orgia di casto divertimento, il loop perfetto dell’edonismo.
La mano indicava ancora il vetro pulitissimo e resistente, il sorriso mostrava denti contenti e, preso da un indescrivibile gioia senza ritegno, iniziò a correre verso la finestra mentre i giapponesi saltavano di allegria ed, eccitati, applaudivano con forza. Il paradiso non esiste, è lì con loro.
Dritto verso il vetro a prova di proiettile; dimostrerà la resistenza dell’avanguardia vetrosa in un atto di svergognata gioia.

Volare, Oh Oh

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