Racconto XVIII (L’ultimo ricordo)

1674668569Erano mesi che non veniva pubblicato un racconto e oggi mi sembrava un bel giorno per fare finire l’attesa con l’ennesima (sono arrivato alla maggiore età) storia.
Questa volta tutto inizia con un ricordo: è notte piena e nel bosco un ragazzo corre disperato senza sapere il motivo.
Azione, tensione, violenza, emozioni e una luna piena bianca come il latte.
Buona lettura amici!

L’ultima cosa che ricordo è un bosco. Era notte e la luna piena illuminava i miei passi. Non camminavo, stavo correndo veloce, velocissimo. Il cuore batteva forte e sentivo che il petto lo teneva dentro a mala pena; come un ariete spingeva contro le costole al ritmo del polso arterioso. Sembrava una bomba pronta ad esplodere.
Gli occhi vedevano un sentiero di terra bagnata, sassi e qualche pozzanghera che mi sporcavano di fango le scarpe e il basso dei pantaloni.
Alberi, alberi e ancora alberi. Scuri e tenebrosi erano gli unici spettatori della mia corsa feroce. Ricordo che correvo, ricordo come mi sentivo e quello che vedevo, ma non riesco a ricordare il motivo.
C’era qualcuno dietro di me? Stavo scappando o inseguendo qualcuno? Ricordo solamente il bosco, il verde scuro e la luna bianca. C’era anche un burrone, esatto, alla fine del sentiero c’era il mare e sotto l’acqua grandi e grossi scogli e negli scogli, sicuramente, qualche mollusco che si godeva la vita.
Mi avvicinavo pericolosamente alla fine del sentiero, gli alberi erano ormai meno numerosi e davanti a me rimaneva qualche cespuglio, la linea che separava la terra dal vuoto e in fondo il mare che luccicava al chiaro di luna.
I polpacci soffrivano lo sforzo e un crampo mi attanagliò i muscoli mentre sentivo, sulla schiena, l’impatto di qualcosa di pesante. Ora sembra chiaro che stavo scappando da qualcuno, per di più qualcuno incazzato con me.
Ricordo che di colpo non potei fare altro che frenare di colpo per non cadere giù dal burrone. Ricordo il corpo tremare, gli occhi guardare il mare e le violente onde. Poi ricordo quella strana sensazione di pace di quando non esiste alternativa, di quando non puoi fare altro che seguire il tuo istinto animale.
Ricordo l’adrenalina invadere il mio corpo e il mio corpo dare le spalle al mare e guardare verso il bosco, verso i sassi che qualcuno mi stava lanciando. Coprendomi il viso con il braccio sinistro afferrai con la mano destra i sassi che venivano dal buio e cadevano intorno a me.
Urlare, cominciai a gridare come un maiale al mattatoio, i sassi mi colpivano dappertutto, mi graffiavano e mi facevano male. Cominciai ad avanzare verso il bosco contrattaccando con la stessa arma, lanciando sassi alle tenebre. I pantaloni erano ormai coperti di sangue e la vista era sempre più annebbiata di rosso. Nessuno veniva fuori dal bosco, solamente sassi, veloci e cattivi. Come un animale ferito che protegge la sua vita iniziai a correre verso dove ero venuto; urlavo, correvo e lanciavo sassi sotto una pioggia di rocce cadenti.
Poi ricordo quella luce che, di colpo e senza avviso, illuminò il mio viso e formò una strana ombra dietro di me. Due fasci di luce, gialla e tonda come la luna che ci osservava. Poi il rumore di un motore e la luce avvicinarsi a me veloce, come imbestialita, come le fauci di un drago deciso a prendersi tutto l’oro possibile.
Allora ricordo che non potei fare altro che cambiare direzione di nuovo, girai i tacchi verso il burrone in un déjà vu minuscolo e malizioso. Ero in gabbia e non volevo morire disintegrato da un prepotente 4×4.
Come la donna cannone presi la rincorsa e saltai dal burrone verso il cielo, diretto verso le stelle; non volevo cadere, volevo volare dritto verso la luna e le stelle, girovagare per la via lattea per poi costruirmi una casetta sul satellite bianco, una capannina semplice e completamente immacolata.
La gravità fece il suo dovere e ricordo cadere verso le onde e gli scogli e i molluschi.

Non ricordo nient’altro.

Non so come mi chiamo, non so chi è mia madre e non  so se ho sorelle o fratelli. Non ricordo il mio piatto preferito e se mi piace ascoltare musica o fare sport.
Ricordo il bosco, la corsa, i sassi e il cuore battere forte.

Ora, qui, steso su un comodo letto indosso dei vestiti eleganti. Una cravatta nera e una morbida camicia bianca, delle scarpe lucide e dei pantaloni puliti e stirati.

A quanto pare sono morto e non so chi sono.
“Prima di morire rivedi tutta la vita passare”, cazzate.

C’è molta gente intorno a me ma non li conosco e sento che l’energia residuale inizia a sparire.
Non sento niente, non ricordo niente, pian piano si fa buio intorno a me, si cala lentamente il sipario. L’aria si stringe e sento una piacevole quanto impossibile sensazione di pressione. Ad un tratto il buio diventa luce, bianca all’inizio si trasforma in mille cristalli che girano ad una velocità vertiginosa; pezzetti di vetro minuscoli di colore rosso, verde, giallo, blu, viola, arancio, azzurro ed amaranto. Un vortice stretto. Un’implosione magnifica dove di me non rimane che la coscienza.

Qualcosa mi culla verso l’infinita tenebra che ora mi accoglie. Comincia a fare freddo e solo vedo nero. Tutto è nero e freddo e non  so chi sono.
Come dal profondo di un pozzo vedo lassù, un puntino bianco di luce, c’è qualcuno che urla qualcosa, sta dicendo il mio nome e mi racconta chi sono.

Troppo tardi. Buio, aspettami.

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