Racconto XVII (Farfalle di burro)

Insetti lanterna . Tracce di farfalle.Un nuovo Racconto della fattoria Churitza, in esclusiva, per tutti voi che avete due minuti di tempo. Delle stelle capricciose che osservano come guardoni, un cane che si gratta l’orecchio, chili di barbabietole abbandonate e un gruppo di farfalle dalle idee chiare.
Nato da una strana allucinazione del sottoscritto questo breve racconto non ha senso, o forse si. Sta a voi decidere.

Seduti ad ascoltare musica e bere birra. Non stavano facendo granchè, ma lo stavano facendo bene. Ascoltavano insieme l’ultimo disco di The Cribs, aveva un nome lungo, ora non ricordo bene ma c’era la parola “Bull” nella copertina. Si tenevano la mano e le gambe si incrociavano. Seduti stesi ad ascoltare musica e bere birra. Bevevano una di quelle birre economiche, per terra c’erano almeno una decina di lattine vuote. Si baciavano, è vero, inoltre si baciavano.
Lei aveva i capelli lunghi e mossi, aveva delle labbra morbide e un corpo come l’età corrisponde, bello, formoso e sodo. Lui aveva i capelli corti e spettinati, basette folte e un corpo che a quell’età potrebbe essere abbastanza migliore. La moquette della stanza era pulita o almeno sembrava esserlo.

Sopra di loro un cielo stellato. Nel buio del vuoto le piccole stelle brillavano come diamanti. A riempire un nero profondo, a dare luce a chi come loro meritava l’illuminazione.

Al di là della finestra, verso ovest, inizia un bosco spesso, pieno di alberi e cespugli. A quell’ora non si vedeva assolutamente niente. Si udiva qualcosa. Un urlo. Esatto, un urlo straziante e tremendo. La voce sembrava quella di una donna. L’urlo sembrava quello di una donna.
Gli animali del sottobosco erano fin troppo addormentati per sentire niente e la coppia aveva il volume dei Cribs fin troppo alto per quell’ora della sera.

Al di là della parete, verso est, inizia una via desolata, qualche casetta qua e là e un antico zuccherificio abbandonato. Le barbabietole erano ancora lì ma il fumo non usciva più dalle ciminiere. Un cane si grattava dietro l’orecchio e non sembrava essere cosciente di esistere. Una farfalla che veniva da ovest aveva un’espressione di spavento, la sua forma di volare non era quella normale. Nervosa, a scatti, aveva paura. La farfalla aveva paura. La farfalla, che a quell’ora doveva essere già a casa con i suoi, aveva una voglia matta di arrivarci. Aveva visto qualcosa di orrendo ad ovest tra gli alberi e cespugli.
Passò quasi sfrecciando vicino alla testa del cane alienato che, per un attimo, ebbe un brivido.

Sotto le fondamenta della casa le vibrazioni della musica del gruppo inglese faceva smuovere polvere e terra, i lombrichi tremavano e si disperavano. La terra bagnata era la stessa da tempo, quando addirittura ancora non era terra. Dove in quel momento c’era terra un tempo c’erano strade fatte di pietre e uomini pelosi che lottavano per un pezzo di terra, la terra che c’era, prima che quella terra che tremava si fosse azzardata di esistere.

Si baciavano.

Ad ovest si sentivano dei colpi ritmici. TOC. ZAC. TOC. ZAC. Le stelle che coprivano ed illuminavano la casa erano assorte a guardare la coppia, verso il bosco nessuno ci guardava.

Nello zuccherificio, al piano terra, in fondo a destra, di colpo, si accese una luce. Nell’ufficio che un tempo era del capo reparto si accese una luce. Gli scarafaggi correvano come condannati verso le fessure della parete e qualcuno, con i piedi sulla scrivani impolverata, apriva il giornale e iniziava un cruciverba.

Nella stanza, seduti e abbracciati e coccolati, si baciavano mentre il disco si consumava con la penultima canzone. Butterflies. La canzone si chiamava Butterflies.

Proprio come la canzone. Uno sciame di farfalle dai mille colori (ricordo il verde, ricordo il rosso e il giallo come il rosa e il viola, ricordo anche che c’era l’arancione e il blu elettrico) passò attraverso la casa, da est verso ovest. Avevano gli occhi furibondi, volavano arrabbiate e determinate. La casa rimase immersa, per un istante, in uno zucchero filato di farfalle che, come un turbine, circondarono la casa, per un secondo, circondarono la casa. Velocemente volavano verso ovest. Verso il bosco.

Il cane sulla strada, intanto, dormiva e sognava. Lui non si ricordava dei sogni ma, nei sogni, era un pipistrello e dormiva a testa a in giù.

Da ovest proveniva un rumore strano. Urla strazianti, urla di un uomo. Un rumore che non fa paura, che non fa tristezza.

Le stelle si girarono di scatto, come attratte da un amore mai visto prima. Illuminavano uno sciame di farfalle che, tristi ma soddisfatte, volavano di nuovo verso est. Rimasero così, per sempre, illuminando le farfalle.

La coppia chiudeva gli occhi e si copriva con una coperta. Mano nella mano sognavano. Sognavano di essere due farfalle, una blu e l’altra verde e sognavano che erano due farfalle toste. Due farfalle con le cose chiare.

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Una risposta a Racconto XVII (Farfalle di burro)

  1. fabio ha detto:

    bravo come al solito..

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