Sound Of My Voice. Credere o non credere.

Sound Of My VoiceConsigliato qualche settimana fa dal grande Capitàn Spaulding, del gruppo di compagni cinefili di “La Casa de los Horrores” (sito imprescindibile per chi ama il cinema), il film che questo pomeriggio ho il piacere di recensire è lo strano e ipnotico “Sound Of My Voice”. Un film del cinema indipendente americano che viaggia tra la fantascienza, il thriller e il cinema sociale.

La regia è del debuttante Zal Batmanglij che, accompagnato dall’affascinante musa dell’indie Brit Marling (che scrive ed interpreta il film), ci sommerge in un mondo strano, dall’aria rarefatta, tra cantine dalla bianca moquette e una setta di strani personaggi in pigiama.
La storia è quella di Peter e Lorna (Christopher Denham e Nicole Vicius), una coppia che, alla ricerca di un’emozione per l’eternità, decide di infiltrarsi in una setta per filmare un documentale e smascherare la frode. La setta è capitaneggiata dall’anteriormente citata Brit Marling (Maggie nel film) che, come al solito, ci regala un’interpretazione intensa ed enigmatica, facendoci dubitare sulla sua vera natura. Bene o male, verità o bugia.
Ed è qui che il film prende corpo, con la scusa del thriller e la fantascienza ci porge domande da storia della filosofia, sulla fede e sulla ragione, sul dubbio e la prepotenza della verità. Ci lascia, a noi spettatori, la responsabilità e l’onore di scegliere una via, il libero arbitrio.

Un film che, come potete immaginare, non sarà del gusto di tutti. Richiede uno sforzo da parte nostra o almeno un atteggiamento concreto. La pazienza e la voglia di riflettere mentre si è trasportati dal mistero e il dubbio.

Suddiviso in dieci mini capitoli, come se di un piccolo romanzo si trattasse, il film ci va tirando ami a cui noi siamo liberi di abboccare oppure no; con una musica che aiuta a creare l’ambiente giusto (ci sono anche i fantastici Hot Chip) e una fotografia pulita e poco sorprendente.
Fate voi, ma il mio consiglio è quello di sempre: lasciatevi trasportare dal cinema che ha voglia di smuovere lo spettatore e poi, ripeto, c’è Brit Marling.

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