AD_ //Mi è sembrato di vedere un gatto//

“Mi è sembrato di vedere un gatto”; storia inventata, ma soprattutto inventata male, ispirata alle opere e alle installazioni di Alex Pinna.

La storia che ho intenzione di raccontare è descrivibile in due parole: falso clamoroso. Partendo dal presupposto che quando non si parla di scienze esatte i due termini sopra citati possono essere non così rari, in tal caso si supera ogni limite. E’ una truffa sia nello spazio, sia nel tempo.  Non credo che lo possa essere nel significato, visto che è sempre esposto alla nostra soggettività. In ogni caso io ve lo voglio raccontare così……uccidere nel presente i personaggi del proprio passato innesca un processo straordinario di catarsi appropriativa.

(“Mi è sembrato di vedere un gatto”, installazione, Alex Pinna, 1997)
 

19:30

Una piuma gialla cade in terra. Fornisce l’idea di leggerezza che solo le piume possono trasmettere, indifferente al massacro appena consumato. Ondeggia, oscilla, si sposta un po’ di qua, un po’ di la, senza rumore, ed arriva in terra. Ce ne sono altre, seguono un percorso simile,  mai uguale, e si accumulano.

00:12

Con un ultima pacca sul proprio petto, Silvestro elimina anche l’ultima manciata accumulatasi sul proprio corpo. E’ un gesto che non viene effettuato senza fatica. Come quando si solleva un peso a cui non siamo preparati o si fanno lavorare muscoli che solitamente dormono, le sue zampe tremolano ad ogni gesto. Nella testa dell’animale balenano per un secondo le istantaee della sua vittoria e della sua isteria. Un brivido percorre la schiena, la pelliccia trema, la coda ha un leggero spasmo.
Il bar è semi-vuoto. E’ tardi, ma l’animale non se la sentiva proprio di tornare a casa. Due passi erano d’obbligo. Non si può portare a compimento le fatiche di una vita per poi andare a letto così, su due piedi, senza nemmeno un accenno di autocelebrazione. Il drink della buona notte è quello che ci serve. Seduto sullo sgabello del bancone, osserva il suo premio. Il liquido chiaro riflette i suoi occhi di gatto, all’interno della pupilla un guizzo giallo lacera l’oscurità.

18:10

La stanza deve essere quella lì. L’ha visto entrare poco fa in preda al terrore. E’ l’ultima stanza di quest’ala dell’edificio, alla fine di un corridoio. Alla fine dei conti soprattutto. Stranamente non ha visto del sangue in terra, i sui colpi erano stati feroci, le unghie erano al massimo della loro estensione, eppure niente sangue. Probabilmente i disegnatori non avevano accettato questo dettaglio. Troppo macabro per i bambini. Eppure i bambini sono cresciuti, l’appuntamento fisso alla televisione è passato nel dimenticatoio. E’ ormai parte del nostro “esser stati” l’esser stati sul divano alla tot ora per la tot cosa. Le carte in gioco sono cambiate, le trasmissioni si sono confuse. Solo il termine “trasmissione” ha un sapore di passato che rimane in bocca solo pronunciandolo. Non più alla tot ora e sul tot canale. Queste logiche hanno confuso un sacco di gente nel mondo dello spettacolo. Un sacco di personaggi dei cartoni animati invischiati nella rete rischiano di finir male.
L’ultima porta…La apre, la gabbia in alto, in mezzo alla stanza. Un balzo, uno solo, forte, preciso, assassino. Un colpo alla porticina, si apre, un guizzo giallo verso l’esterno, un ala ferita che non fa il suo dovere, la zampa che si abbatte su di lui.
Ecco, inizia l’isteria. Una nuvola di piume gialle sale in cielo, le zampe euforiche, impazzite strappano con foga tutto il rivestimento. Piume che entrano in bocca, che si attaccano al corpo, che si accumulano per terra.
Una montagna di piume, una gabbietta aperta e nessuno.

00:32

Anche il secondo bicchiere è finito. Da una ventina di minuti non entra più nessuno, è caldo e la bocca è impastata. Il barista prende una piume da terra, la guarda e chiede se la può tenere. Un cenno col capo ad avvallare il gesto.
La porta si apre, entra un coyote.

(“Fucked bird”, scultura, Alex Pinna, 1994)
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