Racconto XIII (Sarà stato Minosse)

Tratto da una storia vera o, meglio, da un sogno vero; una specie di incubo-esperienza extracorporea che il sottoscritto provò forse più di un anno fa. Una doccia mostruosamente grande e laberintica dalla quale era impossibile uscire mi ha portato fin qua. Ora, se volete, potete provare le stesse sensazioni.
Vosotros mismos!

Le piastrelle disegnavano un sentiero verso il buio.
Questo, freddo e sporco, era illuminato da un neon bianco intermittente che ogni tanto mostrava un topo o uno scarafaggio. In fondo, il buio più totale.
Il piede nudo e pulito, al contatto con le piastrelle, si congelava in direzione ascendente fino a far perdere per 3 secondi la respirazione. Ogni tanto entrava in contatto con piastrelle schifosamente umide con il rischio di perdere l’equilibrio e cadere rovinosamente a terra.
In preda a una malsana curiosità continuavo a camminare verso il buio, ora, davanti a me, si alzava una ripida e storta scalinata. Mi sembrava di accedere ad una doccia a piani, le piastrelle continuavano e sul lato destro una tendina da doccia (azzurro chiaro) copriva la parete. Nel lato sinistro la parete bianca piastrellata continuava la sua ascesa.
Ogni tanto, in forma di mini cascata, scendevano torrenti d’acqua sporca dalle scale, acqua calda che mi regalava attimi di sensibilità podale. Non riuscivo a girare la testa per vedere dietro di me e capire da quanto tempo stavo salendo le scale, che ora sembravano a chiocciola. Ecco che così, continuavo a salire e i peli dell’avambraccio e quelli della nuca si mantenevano ritti quali aculei.
Si spense la luce al neon e, non so ancora da dove, entrò luce solare.
Dentro di me una angoscia primitiva mi assalì e, nello stomaco, un buco enorme si aprì. Avevo voglia di vomitare, urlare e piangere. Tutto ciò che feci fu sputare tra i miei due piedi e continuare a camminare.
Ero arrivato a un ennesimo piano della doccia che nella mia testa aveva preso forma come una maestosa opera architettonica, una piramide dalle forme rotondeggianti e gli angoli aperti a forme mai descritte, un cono spigoloso o un parallelepipedo dalle circonferenze semirigide.
La stanza-doccia cominciò a girare velocemente facendomi inginocchiare chiudendo gli occhi.
Quando riaprì le palpebre vidi che era una doccia enorme (non ne vedevo la fine) e ai lati si aprivano piccole finestre di alluminio sporco e rovinato. Mi rialzai non senza fatica e mi accorsi, solo allora, di essere nudo e di avere una barba inspiegabilmente folta.
Senza lasciar perdere l’opportunità trotterellai verso una delle finestre.
Coperte dal vapore, ingrossavano la curiosità che prese forma accanto a me come un gigantesco batuffolo marrone-nero.
Mi abbracciò, me ne divincolai e gli diedi uno spintone facendolo rotolare verso la fine-non-fine della doccia. Sparì nel buio.
Non resistendo alla tentazione con un dito stampai un 5 e una “D” sul vetro coperto dal vapore, per poi definitivamente cancellare il tutto con la mia mano. Guardai fuori.

Altalene gialle ed erba alta.

Una rondine si scontrò contro la finestra facendomi retrocedere repentinamente. Poi, come in una reazione a catena, si udirono tonfi in tutte le finestre seguenti. Cominciai a correre seguendo i rumori dei volatili spiaccicati sugli oblò quadrati, più veloce andavo più alta si faceva la frequenza dei tonfi volanti.
Pum.  Pum.  Pum; pum; pum; pum, pum, pum, pum!!!!!
Come dentro una piscina giravo metodicamente la testa verso sinistra, non per prendere aria ma per guardare (con tremenda paura) i poveri uccelli che, dissanguati, colavano lentamente giù per la finestrella. Lasciavano una scia nero-rosso; disegnavano frecce che indicavano il sud.
Correvo, sprintavo, veloce come uno scoiattolo dentro casa. La doccia non finiva mai, i tonfi non finivano mai e il pavimento cominciava a diventare sempre più sporco e bagnato.
Per evitare una vergognosa caduta, al volo, mi tuffai di testa sperando in una sconosciuta e nuova profondità della doccia.

Fortuna.

L’acqua era gelida. Il buio era veramente scuro. Non vedevo assolutamente niente. Non udivo assolutamente niente.

Il batuffolo marrone-nero misteriosamente secco mi abbracciò di nuovo e le rondini tornarono a volare.

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