Racconto XII (Ornitologicamente parlando)

In alto, nel cielo, uno sparviere alla ricerca di amore. Sotto, in un casello autostradale, un impiegato alla ricerca di un perchè. Siete pregati di pagare l’ammonto, aspettare il semaforo verde ed entrare in questa fantastica storia di amore, odio e introspezione poco poetica. Ornitologicamente parlando, chiaro.

Domenica sera, aria fresca con brezza marina;  lo sparviere, in cerca di una bella femmina, volava violentemente in una vertiginosa successione di ripide discese e brusche risalite. Sotto di lui l’autostrada A-7 pullulava di auto per il rientro in città. Le penne del volatile si muovevano così rapidamente quasi a sembrare ferme, gli occhi erano socchiusi e concentrati sulle afferenze esterne che, per ora, non sembravano portare cattive novelle.
Il rumore secco del vento tagliato dal suo elegante becco adunco lo rilassava abbondantemente, in un certo modo sembrava godersi il tragitto. Consapevole di essere uno dei più agili tra i rapaci manovrava per il cielo con costanti cambi di direzione.
Sotto di lui l’autostrada era un canale di lava che lentamente scorreva verso la foce a delta dei caselli autostradali. Qualche spigliato clacson suonava con rabbia mentre la maggior parte delle vetture sembrava belare inseguite da un fantomatico pastore.
Più in alto il vento continuava a sussurrare segreti al vivace rapace che, con l’unica paura di vedere apparire un astore, continuava il suo acrobatico volo in cerca di femmine.

Qualche metro più sotto, Pep ha appena cominciato il suo turno nel casello. Gli aspettano 8 ore in quella stanzina che puzza di asfalto (all’inizio), di sudore (dopo un pò) e di voglia di scappare (alla fine).
La sua routine è semplice: sedere, accendere la radio, sbottonarsi il primo bottone della sua camicia azzurro word 2007 e non guardare mai l’orologio. Quest’ultima cosa è forse la più ardua, le macchine con quei numeroni in rosso digitale sembrano schiaffeggiarlo ogni volta, ricordandogli che solo il finesettimana passa in un batter d’occhio.
Soprattutto quei week-end all’insegna di calcio, birra e Julia.
Una fiat panda verde mela (politicamente corretto) è la prima che si ferma al casello numero 5. Sette euro e 47 centesimi. Dentro la macchina intravede un ragazzo con un esile baffetto alla guida, un altro come copilota che sembra dargli fastidio con qualche coppino qua e là e, dietro, uno addormentato con la bocca aperta e la barba di 53 ore (approssimativamente) e quello che sembra essere l’intellettuale del gruppo, con uno sguardo fisso fuori dal finestrino quasi a cercare il motivo dell’esistenza.
E così comincia a pensare a tutto ciò che odia, non ciò che, magari, non gli piace o lo disturba, direttamente ciò che odia nel profondo del cuore. Pensa alle discoteche. Odia quelle grandi, con la gente fuori (ancora peggio sotto la pioggia) a fare la fila per pagare, entrare e cercare qualche relazione sessuale all’insegna di eiaculazioni precoci e orgasmi mai raggiunti.
Odia profondamente quei coglioni che dicono “la verità sopra ogni cosa”.
Pensa anche alle vecchie che sorpassano con il carrello della spesa in preda a una fretta inesistente. Odia le vecchie rifatte con la faccia sformata, quasi fusa al microonde.
Una Opel Corsa rosso “rossetto da vecchia” si ferma al casello. Dentro, come no, una biondona settantenne dalle labbra sproporzionate e le tette incomprensibilmente grandi. Paga abbandonando lentamente le monetine sulla mano di Pep accompagnando il tutto con un raccapricciante “Ciao dolcezza”. Pep sorride sforzato e bestemmia dentro di lui.
Lo schifo che prova gli ricorda che odia anche i gabbiani, con quelle grandi ali, la gobba e quel becco bastardo. Si ricorda di quella domenica mattina di novembre quando, andando in motorino per l’Eixample verso casa di Julia, lo sorpassò a due passi dalla testa un gabbiano (“di merda” direbbe lui) con in bocca una pantegana nera e bagnata, con la lingua fuori e la coda che si muoveva accarezzata dal vento di Barcellona. Li odia veramente, non i ratti che almeno si nascondono in fogne e zone poco raccomandabili, ma i gabbiani. Li odia.
Pensa agli iPod e s’incazza. Pensa ai calciatori che fanno fallo e alzano le mani per dimostrare un’innocenza senza scrupoli e s’incazza. Odia il football americano e quelle (“coglione” direbbe lui) ragazze pom pom.
Odia il cinema spagnolo e, soprattutto, Amenàbar. Odia il pop spagnolo con quelle voci macchinosamente lagnose.
La terza macchina che arriva è una Seat Ibiza nera rielaborata in un insopportabile stile tuning. Alettoni, neon color blu Dr. Manhattan e subwooffer alla massima potenza. Dentro un nutrito gruppo di futuri clienti (futuro brevissimo) di discoteche odiate da Pep. Tutti in un evidente stato di ebbrezza e molto, troppo eccitati, stanno ballando dentro la vettura. Pagano i 5 euro e 33 e sgasando vergognosamente se ne vanno.
Pep, allora, ricorda che odia il tuning, odia le auto rumorose, le Ferrari e le macchine gialle e quelle rosse. Si ricorda che odia la formula 1 e il motoGP, le sgommate e i lubrificanti ELF.
Odia chi guida sportivamente e chi lo fa lentamente, odia chi usa il casco integrale e chi compra i DVD versione integrale. Si ricorda anche che, pur amando il cinema, odia i film d’autore, odia il fatto di non capire perché si chiamano “d’autore”.
Evitando l’apparizione di una ulcera gastrica, Pep si calma e si mangia una patatina. Ferma l’autointrospezione psichiatrica e pensa al bianco, il colore bianco.

Lo sparviere, come una calamita, gira in tondo sopra l’autostrada. Le femmine sparviere non sono prede facili. Lui lo sa. Lui è uno sparviere paziente.

Pep non è snob, ma ultimamente odia troppe cose e lui lo sa. La relazione con Julia, da qualche giorno, non è più lo stesso. Le vuole un gran bene, sta bene con lei, il sesso è mitico e il profumo della sua pelle gli fa perdere la testa. Da qualche giorno a questa parte, però, è strana. Lo chiama poche volte e quando lo fa le chiamate sono corte e poco intense come le famigerate scopate da discoteca, sì.

Una folata di vento fa perdere, per un secondo, il tragitto allo sparviere e l’ellisse che disegna non è più perfetta.

Nello stesso momento, 5 centesimi cadono dalle mani di Pep.
Ciò gli fa pensare che odia le monete di quel colore rosso Siena. Pensa che, purtroppo, ci vuole troppo poco tempo per farle diventare nere. Le odia proprio per questo.
Odia gli okupas e i suoi cani sporchi. Non capisce cosa dimostrano con quei vestiti puzzolenti e l’insensata voglia di scappare da un gruppo di pecore (come dicono loro) bianche per atterrarne in uno di nere.
Non sopporta l’aglio, la Coca-Cola Zero, i computer HP, le zucchine ripiene, le bidelle psicologhe, l’atterraggio d’emergenza in prima pagina, i giornali di destra, i politici imbalsamati, l’odore della camomilla, i malati immaginari, le donne con la capigliatura a fungo, i palestrati e le barrette energetiche, Johnny Depp, le voglie sulla pelle, le donne gravide che mangiano cioccolato, il finto punk, le foto dei documenti d’identità, la papaya, la frittata, i piccioni con problemi di digestione, le donne esageratamente profumate, Brigitte Nielsen, i programmi in tivù per raccogliere fondi, i cavalli, i ragazzi coi motorini truccati, Massimo Boldi, il Milan, il Real Madrid, le scrivanie per computer, le ambulanze gialle.

Il motore di un Audi R8 lo riporta al mondo, veloce e fastidiosamente. Un deficiente al cellulare con i capelli ingellati al profumo di soldi gli da 10 euro e quasi urlando, dice: “tieni il resto”. Pep, pensando che forse il signorotto non sa che lui non è una cameriera e che, inoltre, non ha visto bene la cifra dal casello, svogliato risponde: “mancano 20 centesimi (coglione)”. Si ricorda benissimo che non sopporta gli smartphone, il colluttorio economico e soprattutto chi mangia con i bastoncini cinesi anche se nel profondo dei loro cuori vorrebbe farlo con una forchetta.
Il freddo intenso della notte che si avvicina gli fa chiudere il finestrino del casello. Rimane chiuso appena 5 secondi, il tempo di fare arrivare l’ennesima macchina. Lo apre e stringe le spalle in un tipico gesto alla ricerca di caldo.
L’auto abbassa il finestrino e una pistola guarda fissa Pep.

Ma questa, forse, è un’altra storia.

Stanco di non trovare l’amore che cerca lo sparviere vira a destra e fugge verso il bosco.

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Una risposta a Racconto XII (Ornitologicamente parlando)

  1. S.c.Gesuele ha detto:

    10 minuti bellissimi in questa giornata uggiosa… geniale 😉

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