Nicolas Winding Refn, la violenza dell’intellettuale.

I capelli ingellati, gli occhiali spessi e scuri e l’aria da intellettuale petulante ti fanno fare un passo indietro e ti portano a non fidarti di questo danese quarantenne che negli ultimi 15 anni ha partorito almeno 5 opere d’altissimo livello. Nicolas Winding Refn è una sorpresa gradevole e imperdibile. Questa volta fidatevi dei danesi, i vichinghi a volte sono simpatici.

Nato a Copenaghen nell’anno 1970 e figlio di un regista e di una fotografa studia presso l’American Academy of Dramatic Arts per poi tornare subito in patria.
La sua opera prima, all’età di 25 anni, è niente di meno che la violenta e bellissima “Pusher”. Il film, che spiega le vicende di Frank (Kim Bodnia), un piccolo venditore di droga di Copenaghen, abborda subito tutte le tematiche che poi saranno ricorrenti nei suoi film: la violenza esplicita, la figura dell’antieroe solitario, l’uomo come figura primitiva e istintiva, l’amore come unica via d’uscita e la luminosa e quasi simpatica misantropia.

Con uno stile portentoso fin dai titoli di testa, il film è come un pugno continuo nello stomaco, uno schiaffo al glamour di altri film su mafia e droga; qui tutto sembra reale, non ci sono buoni, tutti, assolutamente tutti sono schifosamente cattivi. Immerso in questo mare di perversione lo spettatore non può fare altro che schivare i pugni e le gocce di sangue, altro che 3D, qui tutto ti avvolge (beccati questa Cameron!).

Il regista tornerà nel mondo di Pusher quasi 10 anni dopo, strutturando così una trilogia con un secondo e un terzo volume.
In “Pusher II” seguiremo a Tonny (amico e socio di Frank in “Pusher) che appena uscito dal carcere si trova subito immerso in un bel casino. Mads Mikkelsen interpreta magistralmente questo squilibrato e tenero antieroe noir.
Dovremo aspettare fino a “Pusher III” per ritrovare il personaggio di Milo (fondamentale nelle due prime pellicole), un carismatico quanto schifoso capo mafioso serbo che proverà ad uscire dal mondo delle droghe con prevedibili quanto fatali conseguenze. Solo il fatto di sentire Zlatko Buric (formidabile la sua interpretazione) parlare danese con accento serbo è già un regalo.

Ed ecco che, tre anni dopo, NWR decide di farsi una doccia e di costruire un film più pulito, più sofisticato, più teatrale, sembra quasi che la sporcizia immonda di Pusher lo abbia soffocato. Ed ecco che arriva “Bronson”: un esercizio di pulita violenza dove il regista spiega la vera storia di Micheal Peterson, il carcerato più famoso dell’Inghilterra che si faceva chiamare, indovinate un pò, Charles Bronson. Uno splendido Tom Hardy fa quasi un one-man-show e il regista mette del suo (ricordando a tratti il Kubrick dell’”Arancia Meccanica” e a volte il Ritchie di “Snatch”) costruendo uno spettacolare film che non può lasciare indifferente. Pugni, calci, muscoli, vene che scoppiano, baffi enormi, prigioni, manicomi e la scelta di una perfetta colonna sonora; chi da di più?

L’adrenalina sale, sempre di più, sale, sale e poi di nuovo ancora di più. Mi immagino a NWR con gli occhi fuori dalle orbita, in cima a una montagna urlando come un animale e svuotandosi di tanto, troppo ritmo.
E, come si dice, dopo la tempesta, la calma.
“Valhalla Rising” è un esercizio di pace. Una pace violenta, c’è bisogno di dirlo?
Recuperando Mads Mikkelsen, questa volta nei panni di One Eye (l’eroe muto di questo film), ci trasporta verso un umido e freddo mondo vichingo dove la vita non conta niente e la nebbia regna sovrana. Con un ritmo lento e pacato, quasi stanco, il regista ricorda al migliore Herzog; e, così, ci vediamo a bordo di una nave di cristiani alla ricerca della terra santa. Il film più allegorico e simbolico del genio vichingo è una riuscitissima opera d’autore.

Ed ecco che arriva il 2011 e con lui Cannes e con lui la conquista del mainstream e con lui niente di meno che Ryan Gosling. “Drive” è sia l’apice di questo regista che un piccolo riassunto del suo lavoro. Una pulita regia, una fotografia quasi artistica, la scelta di una colonna sonora indimenticabile e la violenza come fulcro fanno che questo film diventi una icona pop senza misura.

Aspettando i prossimi progetti del danese (“Only God forgives” e “I walk with the dead”) non perdetevi questi 5 film.
La violenza dell’intellettuale.

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