Racconto IX (Porcelain)

Racconto numero nove per Churitza che prende spunto da una piccola e splendida canzone dei Red Hot Chili Peppers per iniziare un viaggio che, tra il sogno e il reale, ci porta a vivere notti di passione e viaggi romantici, due anime che si trovano per il piacere di noi tutti.

L’immagine era nitida. I colori accesi e le linee ben definite. Non era come in un sogno dove tutto sembra sfatto, quasi sciolto da un calore nascosto; era tutto ben delineato.
Il copriletto era verde, la stanza piccola e accogliente, la luce fioca. Lei, completamente nuda, era stesa prona sul letto. I suoi piedi si muovevano, danzavano, disegnavano una semicirconferenza dal colore bruno; le dita dei suoi piedi, cosí piccole e cosí perfettamente proporzionate, si flettevano e si stiravano dolcemente, senza fretta, al ritmo di una colazione di mezza estate.
Io, ovviamente, non sapevo cosa fare. Ero appena entrato in casa, come ogni sera, dopo una giornata di lavoro come tutte le altre; avevo lasciato montgomery e guanti sulla sedia dell’entrata, acceso la luce e sciolto il nodo della cravatta. E lei, lei sorrideva.
Immobile, sulla soglia della porta, con la giacca sbottonata e un formicolio sul ventre; l’immagine era nitida e la mia mente volava via, verso Hossegor e l’oceano Atlantico.
Un surfista dalla lunga chioma sfidava le onde, la sabbia non si staccava dal mio polpaccio e lei mi baciava la guancia, ridendo, correva verso la riva, si bagnava i piedi e ritornava correndo verso di me e, ridendo, mi baciava. Mi spostava i capelli e mi accarezzava la schiena, io, intanto, lottavo contro la sabbia.
Stesa sul letto mi guardava sorridendo. Un sorriso profondo dallo sguardo malizioso. I capelli sciolti color sole all’imbrunire cadevano soffici sulla schiena; la spalla, perfetta sfera di carne e ossa, faceva da scoglio alla cascata di capelli seducenti e violentemente forti.L’immagine era nitida ma nella mia testa Shaun Ryder, strafatto di acido e crack, stava cantando 24 hour party people senza fermarsi, ballava scatenato dentro il mio cranio, regalandomi colpi gratuiti alle pareti del temporale, facendomi sbocciare un sorriso sul mio, fino a quel momento, allibito viso.
Rivedo Girona e le sue stradine ripide; le mura del suo quartiere ebraico fungono da sfondo per il nostro teatrale bacio sotto la pioggia di settembre mentre la gente ci guarda, applaude e ci getta rose rosse.
Se ci fosse stata una colonna sonora, sarebbe stato perfetto ascoltare Anthony Kiedis cantando Porcelain.
Sono ancora immobile e rosso in faccia quando lei, con il mento appoggiato sulla mano destra, mi fa un cenno e, senza proferire parola, mi dice: vieni qui con me.
Mi giro un attimo verso la mia sinistra, nello specchio vedo me sotto la neve di Londra. I guanti non bastano e le mani muoiono al freddo gelido dell’Albione. Marcus Mumford siede su uno sgabello di fianco a me cantando con voce rauca mentre lei si avvicina correndo, coperta da innumerevoli strati di stoffa, tessuti e lane, con una sfera di neve sulla mano. L’immagine si congela (come ad imitare le mie mani) sulla sua sagoma fatta di sciarpe, guanti, stivali e finte pelli animali. La palla di neve, tra me e lei nella posizione di lanciatrice di giavellotto, è pronta a farmi arrossire il naso e le guancie.
Il bacio che segue diventa ineffabile.
Mi stacco dallo specchio e mi avvicino al letto; l’immagine era nitida, reale e semplicemente incredibile.
Sembrava passata un’eternitá da quella giornata uggiosa a Barcellona, quando le lacrime si unirono al violento vento per darmi uno schiaffo in faccia e gridarmi addio. Non sono passate neanche 72 ore e rieccola qua, non piú spigolosa e scura come nella Plaça del Pi, ma soffice e luminosa, sensuale e fatale. Nella mia mente, pian piano, l’immagine di lei correre via in preda alla rabbia e al dolore, avvolta da foglie danzatrici e l’ululare del vento, svaniva inesorabile per lasciare lo spazio unicamente al suo sorriso.
L’immagine era nitida.
Niente sogno, tutta realtá. Trovai spazio nel letto, le accarezzai i capelli e li raccolsi dietro l’orecchio; passeggiai la mia mano per la sua schiena scrivendo qualche strano sonetto e infine, come la rugiada alle rose, mi posai su di lei per diventare finalmente uno.
I colori esplosero e le linee si definirono in una grande ed eterna serata d’inverno.

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Informazioni su Churitza

Immersi nella cultura pop sin dal primo giorno di vita, Azione Culturale siamo noi.
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