Racconto VIII (mezz’ora prima dell’alba)

Venite, venite! Abbiamo una notte buia e due strani compagni di viaggio, abbiamo musica blues e qualche animale del sottobosco! Venite e non ve ne pentirete.
L’ottavo racconto è un sincero omaggio al geniale David Lapham che con il suo Stray Bullets ha segnato un nuovo ed esaltante inizio per i fumetti noir.

Nero. Buio pesto. I fari illuminano: due metri di strada asfaltata con le sue rispettive linee tratteggiate, i guard-rail e una fila di alberi a destra (color verde scuro) e una fila di alberi a sinistra (più bassi e più scuri). L’auto sfreccia a tutta velocità ed io qui seduto mi godo lo spettacolo. Mi piace viaggiare da copilota, posso dormire, guardare dal finestrino, cambiare la musica e mettere i piedi sul cruscotto. Adoro le linee discontinue, è come guardare uno spettacolo che sembra non avere fine; le vedi nascere e morire infinite volte, seguendo una direzione che cambia spesso, di qua e di là. Sai di certo che da qualche parte portano ma, dove? Stanotte non lo so. Il mio amico qui di fianco guida che sembra un diavolo, a tutta birra tra sbadiglio e sbadiglio non sembra avere intenzione di fermarsi. Alla radio danno i Radio Moscow, la canzone credo sia “No Good Woman”. Con il braccio sul finestrino aperto faccio sbattere le dita sulla fiancata al ritmo di un blues che sembra d’altri tempi. Mi tiro su il cappuccio, mi piace tirare su il cappuccio. Mi da un’aria misteriosa. Indosso una felpa tipo Rocky-Balboa, color grigio classico senza, però, la macchia di sudore sul petto. Il mio amico Bob, quello che guida, ha 46 anni e la leggenda dice che è da ben 26 anni che non dorme. Io è da tempo che ci vado in giro, su e giù per il paese, e a dirla tutta non l’ho mai visto neanche socchiudere un occhio. Mentre la gente normale dorme lui se ne va in giro, dice che gli piace la luce della luna, il rumore del buio e le strade addormentate. Bob, qui di fianco, secondo me, non ha tutte le rotelle al posto suo. La cosa che mi sorprende di più è che neanche da ubriaco (che non sono esattamente poche volte) si butta giù e dorme. Io intanto mi rigiro su di me e appoggio la testa al finestrino che ho alzato e appoggio i piedi sul cruscotto; sará meglio che uno dei due dorma.

“lavorare di notte non ha senso secondo me, dai, su, per piacere. La notte è fatta per dormire, riposare, che poi tanto di giorno è impossibile dormire, è impossibile riposare. Quel bastardo di Ed, è già la seconda volta che gli cambio il turno. Ha la fidanzata da poco quel deficiente. Almeno mi consola che manca poco all’alba;Rosie mi avrá preparato una bella torta e qualcosa da bere e poi, a letto (anche se non riuscirò dormire), sacro letto. Guarda quel coglione che ha i fari posteriori rotti…dovrei fermarlo”.

Mi sveglio mentre la macchina rallenta. –Bob, dove siamo? Cazzo ti fermi?- L’indice destro di Bob indica con parsimonia lo specchietto retrovisore mentre quello sinistro se lo porta alla bocca in un inequivocabile segno di “Hal, zitto e guarda”. Oh merda, un poliziotto. Dallo specchietto, pietrificati, vediamo la volante accostare dietro di noi. Il pulotto scende dall’auto, si mette a posto il cappello e si sistema la cintura dei pantaloni (se avessi gli occhiali da sole farebbe lo stesso). Bob abbassa diligentemente il finestrino e aspetta l’agente uniformato.

-Buona sera signori, patente e libretto, grazie.-

Appena finisce la frase, senza un motivo, gira la sua testa di cazzo verso destra e guarda. Osservandolo bene direi che il massetere si rilassa di colpo facendo spalancargli la bocca a piú non posso; per di piú il buccinatore sparisce, rendendo l’immagine della sua bocca un tanto grottesca (aperta in forma di “O”, ma una “O” grandissima). Che poi li avevo sistemati tanto benino quei quattro corpi lí dietro; incellofanati alla perfezione, con la cortese chiusura di bocca e occhi; ok, qualche macchia di sangue qua e là, ma, voglio dire, a un poliziotto, proprio a lui, non dovrebbero impressionare più di tanto, o mi sbaglio? Gira la testa di scatto e dal movimento ondulatorio dei suoi muscoli cervico-brachiali scommetto che le gambe stavano tremando a una velocità d’infarto. Ci fissa e porta la mano verso la pistola, evidentemente non fa in tempo neanche a portarla all’altezza della dodicesima costola, prima che io mi tolga il cappuccio prenda la mia pistola automatica e cominci a sparare all’impazzata. Due pallottole gli spappolano la faccia (una dritta in fronte e l’altra buca la guancia), un’altra attacca la gola. Cade a terra tra magiche convulsioni e lacrime di sangue. Bob, si gira verso di me, con la faccia perlata di sangue, con un’espressione tra il divertimento e la paura, una specie di “ok, sei pazzo, finiamo questo lavoro e non rivediamoci mai più”.

Carichiamo il corpo in macchina, steso sopra il poker di cadaveri previamente sistemati, e partiamo. È quasi l’alba. Arriviamo al lago con l’intenzione di scendere dall’auto, togliere il freno a mano e far cadere lentamente nell’oblio acquoso l’auto e i suoi silenziosi ma numerosi passeggeri. Al chiaro di una luna calante, però, mi viene da fare un’opera di bene. Un favore ad un compagno. È così che scendo per primo dalla vettura, indosso il cappuccio (la felpa ora ha anche quel poco di sudore che la rende Rocky-Balboa-100%) e urlo: “Bob, è ora di andare a nanna!!”.

Quella mattina gli animali del bosco erano stanchi, avevano delle occhiaie pazzesche. Qualche simpatico burlone gli aveva svegliati, con 3 colpi di semiautomatica Sig-Sauer, mezz’ora prima dell’alba.

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