Racconto VII (Cocaine Blues)

Il settimo racconto è un storia di vendetta. Una storia brutta e a tratti sgradevole. Ciò che la rende “ascoltabile” è proprio la canzone che suona di fondo durante tutta la vicenda. Johnny Cash vi regala un concerto privato, se non vi piace quello che “vedete”, chiudete gli occhi e ascoltate solamente la canzone. Cocaine Blues.

Ascoltava “Cocaine Blues”. La ascoltava praticamente ogni mattina prima di uscire di casa. “Cocaine Blues” sí sí, quella canzone di Johnny Cash. Non capiva un cazzo di inglese, di conseguenza non capiva un cazzo di quella canzone. Lo rendeva felice, quella linea di basso, il riff della chitarra e la voce di John “Man in Black” Cash.

Lui, in macchina, mentre andava a lavorare, la metteva a tutto volume e sorrideva; entrava a lavorare contento, a dirla tutta, non vedeva l’ora di andare a lavorare per potersi godere quei 3 minuti di felicitá nella sua auto.

Cocaine Blues.

L’erba del suo giardino era molto piú verde di quella del vicino; aveva una moglie da copertina, bellissima con due occhi marroni che facevano impazzire, gambe lunghe e un seno da incorniciare; due bimbe che erano l’invidia del quartiere. Aveva tutto quel bastardo e ascoltava “Cocaine Blues”, senza capire un cazzo di quella canzone. Lui pensava di vivere in America, con il suo banjo, la 44 sotto il cuscino e i fiocchi d’avena per colazione. Ma era italiano e non capiva l’inglese. Questo mi faceva imbestialire.

Voleva fare l’americano, con la sua famiglia perfetta, il suo buon lavoro, la sua bella macchina d’epoca e Johnny Cash nelle sue orecchie.
Ma chi si credeva di essere?

Nella sua scrivania: una foto di quella dea di sua moglie, con le sue piccole figliole sorridenti. Il suo vestito puzzava di nuovo e di felice. Ogni santo giorno, cosí. Io nella scrivania di fianco, lavoravo come un matto, ma avevo una 500, una camicia gialla che un tempo era bianca e a casa mi aspettava un criceto, una scatola di tonno e un televisore in bianco e nero. Ma io capivo l’inglese! Io capivo cosa diceva Johnny Cash quando cantava “Cocaine Blues”. Io sapevo molte piú cose di lui, ma ne possedevo neanche la metá!

Vi starete chiedendo perché sto parlando in passato, credo sia ovvio. L’introduzione ha una sola ed unica possibile fine, non credete?

Quella mattina di luglio feci ció che state pensando e, se volete che vi dica la verità, non me ne pento. Mi sento orgoglioso di ció che ho fatto.

Io valgo molto e dalla vita non ho ricevuto proprio un bel cazzo di niente. Da piccolo Johnny Cash suonava anche a casa mia, mentre mio padre, ubriaco, bastonava mia madre e il cane abbaiava forte senza il coraggio di reagire adeguatamente.

Johnny Cash suonava anche quando mio padre, ubriaco, prendeva a calci il cane che prima abbaiava forte e poi piangeva piano.
Quando mia moglie, dopo aver scopato con il farmacista nel nostro letto, mi sorrise e mi mostró il dito medio, la canzone continuava a suonare.

Il sangue del mio naso sulle mie mani me lo ricordo ancora. Il sangue del mio cane sul pavimento me lo ricordo ancora.  Quel sorriso demoniaco e quella merda di dito me li ricordo ancora.
Quel cazzo di Johnny Cash doveva esserci sempre, unirsi ad una festa alla quale nessuno lo aveva invitato. Anche il protagonista di questa storia lo ascoltava a tutto volume, lo ascoltava anche quella mattina di luglio.

“Early one mornin’ while makin’ the rounds
I took a shot of cocaine and I shot my woman down
I went right home and I went to bed I stuck that lovin’ 44 beneath my head”

Imbestialito e impazientito mi sentivo in dovere di fare qualcosa. Sapevo benissimo che non avrei cambiato il mondo, sapevo benissimo che sarei rimasto un granello di sabbia in quella spiaggia che chiamano umanità. Entrai in ufficio e, come dice la canzone, sparai al protagonista della storia.  Gli sparai dritto in testa mentre mi fissava esterrefatto; gli sparai dritto nel cuore quando, nel pavimento, coi pantaloni bagnati, non era nient’altro che un mucchio di sangue, cervella e ossa massacrate.
Scaricai l’intera carica della rivoltella su quel cumulo di rosso, nero e bianco che prima era un uomo felice. La mia faccia allo specchio, macchiata di sangue, sorride ancora.

Lui ascoltava la canzone ma non la capiva.
Io sí.
Il sangue sulle pareti me lo ricordo ancora.
Il sangue sulle mani me lo ricordo ancora.

E sapete cosa vi dico? Non me ne frega un cazzo. Ho fatto quello che dovevo fare.
Giustizia. Sangue e lacrime. Occhio per occhio.
Mondo, esisto anche io.

Qui in prigione Johnny Cash non si sente. Finalmente è andato a fare un giro da qualche altra parte.

Peró ogni tanto, anche a me, viene da fischiettare la canzone.
Cocaine Blues.

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