Racconto II

Mesi fa arrivò il primo Racconto e oggi arriva il numero due. Un piccolo noir romantico dove un detective e una bellezza sine qua non danzano sotto la pioggia di una città grigia, grigia come la vita. Come nel primo racconto non si tratta di una novità ma di un pezzo di almeno tre anni or sono, anyway, enjoy.

Tutto pareva esistere d’una esistenza di sogno.
La pioggia incessante cadeva sulla città da ormai due settimane, su di me la pioggia cadeva ormai da anni, da troppi anni.
Una realtà onirica, sfatta. Un sogno pesante, dal quale mi era difficile svegliarmi.
La pioggia continuava a cadere, le goccioline formavano una sorta di nebbia che rendeva tutto fantasmagorico, un limbo terreno per anime disperate.

Il rumore delle macchine sfrecciando nella pioggia mi schiaffeggia violento, sveglia vecchio sembra dirmi, è ora di vivere la realtà e non di starla a guardare.
Ma come faccio a vivere qualcosa che non mi appartiene, la realtà non è mia. Preferisco pensare ai vecchi giorni, migliori di quelli di oggi. La mia mente viaggia verso di lei mentre il marciapiede è gremito di fantasmi muniti d’ombrello; realtà grigia e nera.
Io, per fortuna, ho il mio cappello.

Me ne stavo lì, sotto il gazebo centrale aspettando la fine del diluvio. Aspettando lei.
La vidi arrivare, difficile non notarla. Come un raggio di sole squarciando la tempesta, lei in mezzo alla folla. Ombrello rosso e vestito nero impeccabile, emanava una luce speciale; di colpo, mi resi conto di avere gli occhi fissi su di lei e la bocca spalancata. Meglio chiuderla, vecchio mio.

Era da anni ormai che amavo solo lei, dalla pelle tesa come cuoio al sole, esperta osservatrice, bella e innocente. Forte ma con un estremo bisogno di aiuto.
Ci eravamo messi d’accordo per bere qualcosa, strano, dato che erano mesi che non ci sentivamo.
-Ormai sarà una settimana che non lo vedo, sono preoccupata, solo tu puoi aiutarmi…- , Al telefono la sua voce era spezzata, quasi soffocata. Bella idea la sua, suo marito si era “perso” e dovevo essere io ad aiutarla.

Ma chi sono io? Un investigatore? Non credo, quello lo ero stato, è vero, ma troppo tempo fa, quando ancora ero capace di sorridere al cameriere quando chiedevo un caffè. Ora non so chi sono. La barba cresce senza una regola sul mio volto, ricoprendo rughe ed espressioni. Forse sono un uomo sgualcito dal tempo, una carcassa con dentro un cuore ammuffito. Non è rimasto più niente di quell’ investigatore che lei conosceva.
Resiste solo il vecchio impermeabile che ancora indosso.

Appena la vidi i suoi occhi chiedevano aiuto, il suo cuore urlava forte.
Dopo mesi di assoluta inattività, il mio cuore si sentiva finalmente vivo.
Ero finito, un uomo morto: debiti, troppo alcool, un divorzio da risolvere e un lavoro assolutamente tedioso. Morto, fino a quel dì.
Lei mi risollevò, come faceva un tempo. Era solita consolarmi, era solita innamorarsi di me; mi aiutava nei momenti peggiori e ci divertivamo, tanto, nei momenti migliori. Dopo l’università lei si sposò, io feci lo stesso con la donna sbagliata, mentre continuavo ad amare lei.

Hotel Continental, era lì dove eravamo rimasti. Al bar suonavano leggere le note dei Black Keys, suonavano solo per noi. Ordinai un leggero White Russian per me e un Gin Tonic per lei. Era sconvolta, gli occhi senza trucco, le labbra spoglie e i capelli sciolti le conferivano un’aria diversa dal solito, più bella che mai, splendeva come il sole di primavera in una giornata uggiosa.
-Scusa se ti ho chiamato, ma sono disperata, non so più cosa fare…- lei parlava, ma io non riuscivo ad ascoltarla. Vedevo solo lei, era tornata e questa volta non me la sarei fatta scappare.
La invitai a cena, accettò.

Dicono che quando fai l’amore ti vendichi di tutte le sconfitte ricevute nella vita, quella sera mi vendicai anche io. Dopo mesi e mesi mi sentivo finalmente leggero, le zavorre accumulate con il tempo, in un attimo, scaricate via. Più vivo che mai, più forte che mai, la pioggia smetteva di cadere e i primi raggi di sole uscivano timidamente per abbracciarci.
O forse sarebbe meglio dire per abbracciarmi, perché quando mi risvegliai, ero di nuovo solo.

Ancora oggi non sono sicuro se i miei ricordi di quella notte siano solo stati frutto della mia immaginazione, un sogno, un momento di opaca fantasia.
I baci, le carezze, la sua pelle contro la mia, i capelli di lei che avvolgevano il mio corpo; troppo reali per essere solo una fantasia.
Come un angelo, è passata volando sopra di me, liberandomi delle mie catene, spazzando via la polvere accumulata su di me, e poi, come d’incanto, è sparita di nuovo, nel nulla più profondo.

Da quella sera in poi non l’ho più sentita, non l’ho più incontrata. So solo che la pioggia sulla città non cade più e ogni volta che un raggio di sole sfiora la mia pelle le sue dita mi accarezzano.

Di nuovo tutto pare esistere d’una esistenza di sogno, ma stavolta, finalmente, non mi voglio più svegliare.

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2 risposte a Racconto II

  1. S.c.Gesuele ha detto:

    Dicono che quando fai l’amore ti vendichi di tutte le sconfitte ricevute nella vita, quella sera mi vendicai anche io.

    CAPOLAVORO.

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