La piel que habito. Grande Almodóvar.

C’è gente strana in giro, molto strana. Sicuro che è d’accordo con me Pedro Almodóvar che nel suo ultimo film ne fa chiari esempi.
In una Toledo del futuro (tranquilli, niente navicelle spaziali, siamo nel 2012), un dottore e la sua paziente vivono strane e perturbanti situazioni nel castello del Cigarral.

Dopo il flop di “Los Abrazos Rotos” torna con forza il regista manchego che prenda la mira e centra in pieno lo spettatore con inaspettate trame e personaggi così ben costruiti che la loro ambiguità vi farà impazzire.
Uno splendido Antonio Banderas (forse nel miglior ruolo della sua carriera) è Robert Ledgard, un chirurgo perfezionista alla ricerca della pelle perfetta, il quale senza scrupoli ne moralità non avrà dubbi nell’usare cavie umane.
L’affascinante Elena Anaya e la veterana Marisa Paredes lo accompagnano in un intrigo dove le cose più ridicole diventano geniali e dove non mancheranno sorprese e scene di morbosa qualità.

Il film, con le solite ossessioni del regista, è un film di grande altezza stilistica dove la musica di Alberto Iglesias e la fotografia di Jose Luis Alcaine non sbagliano un colpo.

Grottesca e lucidamente pazza non vi lascerà indifferenti, non ci sono dubbi.

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