Writing De Andrè vol.1 (La guerra di Piero)

“Ho sempre avuto pochissime idee, ma in compenso fisse.” Così diceva Fabrizio De Andrè e così la penso anche io. Una di queste idee fisse è sempre stata quella di provare a “interpretare” le canzoni di Faber. Ci ho provato con una chitarra in mano e i capelli al vento con risultati quanto meno vergognosi. Ci ho provato sotto la doccia e nei momenti di intima solitudine. Ci ho provato tante volte ma non c’era niente da fare. L’ultima prova è stata quella di riscrivere le canzoni di De Andrè in prosa, un semplice remake. Di solito queste versioni sono uno sbilenco e sbrigativo tentativo di trarre profitto da idee altrui, nel mio caso, da affiatato ammiratore del cantautore genovese, un divertente e personalissimo omaggio. Signore e signori: “La guerra di Piero”.

Davanti al fiume con gli occhi in lacrime guardavi inorridito come la corrente trascinava con se due giovani soldati. I corpi straziati da un combattimento a sangue sbattevano tra di loro senza mai smettere di correre verso la foce. Le gambe tue tremavano, t’inginocchiasti e un conato di vomito ti fece muovere di scatto il collo in avanti. Alzasti per ultima volta il capo verso il fiume mentre dentro di te provavi a trovare un ragione di tale strazio.
Era un inverno freddissimo dove tutto era coperto di neve. Il vento gelido ogni tanto ti copriva il viso di fiocchi ghiacciati. Aspettando l’inferno, dove tutto è fuco, ti gelavi di neve.
L’inverno passava e la guerra continuava; intanto vedevi i compagni morire per ricevere in cambio una croce.

Arrivasti alla frontiera quando la primavera bussava alla porta. I primi colori cominciavano a crescere e il bianco grigio dell’inverno dava spazio al riconfortante giallo sole della stagione dei fiori.
Il sole splendeva alto e le prime gocce di sudore cominciavano a percorrere le rughe della fronte e, in fondo alla valle, vedesti  un uomo. Sembrava, come te, esausto e sconfitto e la sua divisa mostrava i colori nemici.
Non potevi fare altro che sparargli, dritto nel cuore o centrando la fronte. Vederlo cadere a terra coprendo con il corpo il suo stesso sangue. Lasciarlo lì, a morire. A te non sarebbe rimasto nient’altro che vedere gli occhi di un uomo che muore.

Lui si gira di scatto, la faccia è la viva espressione della paura, dell’orrore. Uno sparo riecheggia nella valle.
Non esitò, non ricambiandoti la cortesia.
Senza lasciare partire neanche un lamento cadesti a terra, gli occhi aperti e la bocca serrata. Dentro la tua testa sguazzavano mille pensieri e uno solo s’illuminò. Quel tempo che ti rimaneva non ti sarebbe bastato a chiedere perdono per tutti i tuoi peccati.
La tua vita, la tua corta vita, finiva quel giorno, in quell’istante. La strada verso l’inferno era spianata.
Non ci sarebbe stato ritorno.
Il grano ti ascoltava attento e il vento ti cullava dolce. Tra le tue mani stringevi forte il fucile e dentro alla bocca stringevi parole.
Parole troppo fredde per sciogliersi al sole.

Intorno è tutto rosso e giallo. Il vento muove soavemente i petali dei papaveri e fa ondeggiare l’intero campo di grano. Si ascolta il niente e si respira una strana tranquillità.
Lì dormi, all’ombra dei papaveri che disegnano nel tuo viso strane forme nervose.

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